Il teatro del Santuario

il re del bosco
Arrivando finalmente a Nemi, dopo aver percorso in Vespa la trafficatissima e rumorosissima via Appia Nuova (non più di trenta chilometri da piazza San Giovanni, quasi al Centro di Roma), e guardando in basso il lago colorato dai riflessi degli alberi e delle nuvole in un imprevedibile silenzio, è inevitabile ricordarsi della visione fiabesca di William Turner, quel paesaggio campestre dove un gruppo di giovani (ma tutti sembrano giovani e immortali in quel dipinto) danza in cerchio; sullo sfondo, il lago, mentre una figura femminile, poco lontano, esibisce un ramoscello, come un segnale convenuto, un segreto messaggio.

«Chi non conosce il Ramo d’oro di Turner?» scrive James George Frazer. «La scena del quadro, tutta soffusa di quella luminescente immaginazione con cui la divina mente del Turner impregnava e trasfigurava gli aspetti più belli della natura, è una visione di sogno di quel piccolo lago di Nemi, circondato dai boschi, che gli antichi chiamavano “lo specchio di Diana”. Chi ha veduto quell’acqua raccolta nel verde seno dei Colli Albani, non potrà dimenticarla mai più». Scendendo a piedi dal paese verso il lago, anche il più ostinato dei sognatori dovrà ammettere i cambiamenti prodotti sull' ambiente dalla devastazione edilizia; eppure, conoscendo la stranissima vicenda che per secoli ha avuto questo luogo come scenario, almeno fino al primo secolo d.C., si rimane ancora meravigliati e incuriositi. Proprio lì, infatti, sulla riva e all'interno del Santuario di Diana, del quale sono visibili i ruderi, uomini si battevano in un duello, necessariamente mortale, per ottenere una carica religiosa. Cerimoniale soltanto in apparenza assurdo e incomprensibile. Chi desiderava subentrare al ministro del culto in carica del Santuario, chiamato "re del bosco" (rex Nemorensis), doveva sfidarlo cercando non soltanto di sopraffarlo fisicamente ma di ucciderlo. Ed egli stesso sarebbe stato eliminato, prima o poi: infatti il mandato durava “a vita”, da riconquistare perciò ad ogni nuova sfida. In questo modo un omicida, destinato ad essere assassinato, diventava il responsabile dei riti religiosi non per meriti spirituali ma in base alla capacità di sconfiggere e sopprimere un avversario.

Il "re del bosco" non poteva indebolirsi e invecchiare, poiché rappresentava l'energia della natura; e morendo, non avrebbe soltanto ceduto il posto ad un uomo più giovane e vigoroso ma avrebbe sacrificato il proprio sangue offrendolo alla dea. Subentrata ad una arcaica divinità italica, Diana era considerata la protettrice delle donne incinte e dei neonati: dea solare, dispensatrice di guarigioni e benefici, ma anche lunare e tenebrosa, ispiratrice di malefici infernali, perciò mutevole, multiforme, difficilmente definibile, contraddittoria sintesi di varie sovrannaturali creature. Abituata a cacciare le prede nel bosco di Nemi accompagnata da Egeria, la ninfa della sorgente vicina al lago, non si faceva scrupolo di punire con la morte gli sprovveduti giovani maschi che s’avventuravano lungo quei sentieri per attentare alla sua verginità. E quando i Romani cominciarono a identificarla con Artemide, la dea “importata” dalla Grecia che non disdegnava i sacrifici umani, la sua dimestichezza con il sangue aumentò vertiginosamente. Scrive infatti Igino, bibliotecario dell’imperatore Augusto ed autore di una raccolta di miti e leggende dei suoi tempi, che ad un certo punto la crudeltà di quei rituali «divenne sgradita».

Il pretendente al sacerdozio, di solito uno schiavo in fuga che non aveva nulla da perdere e che cercava perciò di cogliere l’opportunità di migliorare la propria condizione, strappava un ramo di vischio da una quercia e si presentava alla sfida. Mostrare quel ramo significava assumere la responsabilità di rappresentare l’albero più massiccio e longevo, dunque la forza della natura, per trionfare sulla morte e provvedere alla fertilità della terra e alla salute del popolo. Il vischio (Loranthus europaeus), è una pianta che si sviluppa direttamente dal tronco degli alberi: semiparassita, si nutre della linfa ma è dotata di clorofilla. Sospesa dunque tra terra e cielo, da sempre le viene attribuito un grande significato simbolico. «Il "re del bosco" era una personificazione dello spirito della quercia» sostiene Frazer nel suo celeberrimo e voluminoso saggio, intitolato, come il quadro di Turner, Il ramo d'oro (The Golden Bough), dedicato al brutale duello. Svetonio, il grande storico, testimonia che questa tenebrosa cerimonia era ancora in vigore ai tempi di Caligola: giudicando ormai troppo anziano il “re del bosco”, l'imperatore aveva ordinato ad un giovane schiavo di andare al Santuario di Nemi per subentrare al sacerdozio, cioè di commettere l' omicidio rituale. (Più tardi il duello diventerà soltanto una "messa in scena" interpretata da attori professionisti).

Ma dove avveniva esattamente la sfida? Inizialmente (ma è un inizio che si perde nella notte dei tempi), in un punto imprecisato del bosco intorno alla riva, forse nella radura dove fu costruito il Santuario di Diana (nel V secolo a.C.). In seguito, all'interno del Santuario stesso, venne edificato il piccolo teatro, sede definitiva del violento rito. Incredibilmente, questo tesoro archeologico d'inestimabile valore giace sepolto a pochi metri dalla riva, occultato da una villetta evidentemente abusiva.

Innanzitutto per deduzione si può affermare che il duello per la successione del "re del bosco", cioè il rito più importante del Santuario, si svolgesse proprio nel piccolo teatro, non un teatro pubblico come ce n'erano a Roma e nel suo impero ma uno spazio destinato esclusivamente al culto religioso (come quello, tra le altre pratiche devozionali, dedicato alla dea Iside). Esistono anche importanti "prove" archeologiche (iscrizioni, raffigurazioni su marmo), reperti che sono conservati nel Museo Nazionale Romano e documentati negli archivi della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio. Una prima conferma a quanto sto dicendo, molto autorevole, viene da Giuseppina Ghini, Direttore Archeologo per i Beni Archeologici del Lazio, che ha dedicato decenni di studio al sito archeologico di Nemi e in particolare al Santuario di Diana.

Il teatro fu riportato alla luce tra il 1924 e il 1928 ad opera di un archeologo italiano, Ettore Gatti, e subito dopo rinterrato. Alcuni decenni dopo venne edificata la villetta (che tutti possono vedere lungo una stradina sterrata, via del Tempio di Diana), sottraendo così alla vista i gradini della cavea semicircolare di circa 28 metri di diametro nella quale sedevano i sacerdoti, gli iniziati ai misteri e le più alte cariche politiche di Roma antica, i pavimenti, le pareti affrescate, i camerini con i mosaici, le nicchie per le statue, un ninfeo…

Non è possibile sapere, attualmente, se l'edificio risulti palesemente abusivo oppure in regola con le leggi urbanistiche mediante condoni e prescrizioni acquisiti nel corso del tempo. Certamente non doveva essere costruito. Ci sono le segnalazioni della Soprintendenza, le foto della villetta, le mappe del teatro: potrebbe bastare per decidere l'esproprio, procedere alla demolizione e al restauro di un altro dei beni archeologici già esistenti e fruibili intorno al lago di Nemi: il Santuario nel suo insieme, l'antichissimo emissario artificiale, la "villa di Cesare", i reperti contenuti nel Museo delle Navi… Tutto ciò si aggiunge, considerando l'ambiente naturale, all'incantevole gruppo di case arroccato sul bordo del primordiale vulcano. Per inciso, voglio ricordare le parole che scrive Stendhal nelle sue Passeggiate romane: «Considero il paesino di Nemi il quartier generale della Bellezza in Italia». Una frase che in Italia, a quanto pare, è completamente sconosciuta o ignorata. Anche questo è un piccolo "reperto", qualcosa di prezioso da riportare alla luce. Per verificare la citazione si veda il testo originale (Promenades dans Rome, Gallimard 1973, a pagina 658), e poi l'edizione italiana (Passeggiate romane, Garzanti 2004, a pagina 39).

Le lentezze burocratiche e le scarse risorse delle amministrazioni comunali che si sono avvicendate a Nemi hanno negato oltretutto una risorsa turistica. Può darsi che il teatro non sia sepolto da una colata di cemento ma che costituisca lo scantinato della villetta. Molto suggestivo come ripostiglio. Dove ora si trovano, probabilmente, conserve di frutta e bottiglie di vino dei Castelli, scorreva il sangue del rex Nemorensis.

Nell'aprile dell'anno scorso si è scandagliato il fondale del lago di Nemi alla ricerca di una nave romana, la mitica "terza nave" dell'imperatore Caligola. (Le prime due, salvate negli anni Trenta del secolo scorso da un oblio millenario, bruciarono nell' estate del 1944), con esiti negativi. Per verificare la situazione del teatro non c'è bisogno delle sofisticate strumentazioni che sono state usate per cercare in fondo al lago l'ipotetica nave. Occorre soltanto bussare alla porta e andare a vedere.

Roberto Varese

Planimetria Santuario di Diana

Planimetria Santuario di Diana
(Ghini 2017. Elaborazione Studio Strati) La S indica il teatro.

Pianta del Teatro

Pianta del Teatro
 (Morpurgo 1931)