Il re del bosco

Capitolo I

Certamente non te l’aspettavi di aprire questo libro intitolato Il re del bosco e di rimanere in pochi istanti talmente incuriosito da non riuscire a staccare gli occhi dalle parole che scorrono velocemente trascinandoti in chissà quali vicende tragiche e commoventi fino alle lacrime oppure così stravaganti e divertenti da farti sbellicare dalle risate, caro lettore; quindi imperterrito continui a seguire l’inarrestabile fluire dei vocaboli lungo una frase iniziale che ormai mi preparo a concludere (tra poco, mettendo un bel punto), ma non prima di averti sottoposto la seguente considerazione sulla quale vorrei riflettessi almeno per un istante: la più grande fortuna per un essere umano dall’animo inquieto consiste nel trovare un’occasione per sognare, cioè per amare.

Sacrosanta e indiscutibile verità che ti dimostrerò iniziando a raccontare senza inutili e noiosissimi preamboli ciò che accadde in quella fatidica mattinata invernale – sono già trascorsi alcuni mesi – nella quale ebbi la buona idea di andare a fare una bella passeggiata invece di starmene a poltrire e a naufragare come al solito nell’ozio e nella malinconia. Mi alzai dal letto e mossi incontro al mio destino ritrovandomi sotto una pioggerellina mescolata al punto giusto ad un freddo pungente, assalito insomma da un maltempo davvero orribile che però non riuscì a farmi desistere poiché se bisogna dimostrare coraggio, come ad esempio scendere dal letto a mezzogiorno, farsi una doccia, vestirsi ed uscire di casa sotto una pioggerellina insistente mescolata al punto giusto ad un freddo pungente, oh bè, nulla e nessuno può fermarmi.

Nelle strade c’era il solito micidiale traffico di automobili e camion e autobus e pullman turistici di ogni mattinata romana: gas di scarico, stridore di pneumatici sull’asfalto, scontri di lamiere, grida, bestemmie… un magma denso e inarrestabile che avviluppava gli antichissimi ruderi, i palazzi del potere burocratico, le chiese barocche e semideserte invadendo perfino i quartieri periferici quasi completamente estranei alla città ritenuta eterna e da alcuni addirittura sacra; eppure dentro quel macello o buco nero o gigantesco mulinello che dir si voglia il sottoscritto se ne andava con l’ombrello verso il Centro, canticchiando e saltellando come Gene Kelly nel film Cantando sotto la pioggia, però molto meno spensierato.

Un bel pezzo di via Salaria ed ecco piazza Fiume, poi a destra lungo via Sicilia verso via Veneto, e giù fino a piazza Barberini proseguendo su via del Tritone per arrivare infine a via del Corso (davvero una bella camminata, non c’è che dire). Del resto avevo bisogno di sgranchirmi le gambe e di rilassarmi anche se in effetti di rilassarmi non fui capace manco per niente: a causa della visita di un capo di Stato straniero (non ricordo chi, forse Obama o Putin), il gran casino abituale regnava incontrastato più che mai, come fosse una necessità vitale per la città, stabilita per legge, per decreto imperiale o quanto meno parlamentare. Tra automobili di scorta e misure di sicurezza, mentre i romani intrappolati nelle loro scatole di metallo a quattro ruote non potevano far altro che pigiare i clacson ed imprecare contro il Governo, il Fato, gli dèi perfidi e vendicativi, io giunsi per caso – anche se forse nulla è per caso – in un mercatino di libri usati, esattamente quello di piazza Borghese, a due passi dalla Camera dei Deputati.

Là stranamente, come in un’oasi o nell’occhio del ciclone, non si vedeva anima viva avendo i molto previdenti addetti del comune transennato le strade. Io però, guardandomi attorno per non essere notato sotto la pioggerellina insistente che non smetteva d’infastidire, con agile movimento e come se niente fosse scavalcai l’ostacolo arrivando tra quei banchi pieni di roba vecchia e spesso inutile, almeno da un punto di vista pratico ed economico, iniziando a godermela: sbirciavo non soltanto tra le pagine ammuffite delle edizioni rare e pregiatissime del Settecento ma anche tra i libri ammonticchiati degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, dunque non di mille anni fa e però già deteriorati, dimenticati, lasciati a galleggiare nel Tempo incommensurabile per diventare rari e pregiati lentissimamente. La vecchiezza infatti, che spesso fa più belle e degne d’interesse certe cose, come ad esempio gli edifici e i quadri dipinti ad olio o a tempera ed appunto i libri (talvolta, se pur raramente, anche il volto delle persone), ammantava di delicato stupore quei piccoli oggetti nascosti e superflui nella piazzetta sotto la pioggia che non si decideva a smettere.

Sulla sommità di una pila scomposta e sbilenca di volumi ne riconobbi un paio, impolverati e inconfondibili, della Boringhieri, casa editrice prestigiosissima dalla metà degli anni Settanta e per almeno un decennio, alla quale personalmente non smetterò mai di essere grato. Da ragazzo scoprivo nelle sue collane i testi di Freud, di Jung e di altri autori di opere scientifiche trascorrendo intere giornate con quei volumi che sembravano infondere conoscenza a cominciare dall’eleganza dei caratteri, l’originalità e nello stesso tempo la sobrietà della disposizione grafica, perciò dal semplice fatto di tenerli tra le mani e di sfogliarli, non come tanta robaccia stampata che a quei tempi e maggiormente oggi sembra voler comunicare tipograficamente un messaggio immediatamente banale e ripugnante.

Così avvicinando lo sguardo cominciai ad osservare la copertina del primo dei due volumi. Sotto il titolo, Il ramo d’oro, era riprodotto un paesaggio come di fiaba, uno scenario campestre dove i contorni delle cose e delle figure umane apparivano imprecisi, sfumati: quasi al centro del dipinto stava un lago, come una nuvola caduta in mezzo alle colline, poi sulla destra si vedevano, più vicine, sotto un grande pino marino, due piccole figure di donna, una seminuda, sdraiata e voltata di spalle, l’altra intenta ad osservare la scena che si svolgeva poco distante: un gruppo di giovani (ma tutti sembravano giovani e immortali in quel dipinto) danzavano in cerchio. Infine una donna, sul lato sinistro del quadro, esibiva un ramoscello, come un segno convenuto, un segreto messaggio.

Dopo una rapida occhiata alla prefazione, cominciai a leggere le prime righe scritte da James George Frazer: «Chi non conosce il Ramo d’oro di Turner? La scena del quadro, tutta soffusa di quella luminescente immaginazione con cui la divina mente del Turner impregnava e trasfigurava gli aspetti più belli della natura, è una visione di sogno di quel piccolo lago di Nemi, circondato dai boschi, che gli antichi chiamavano “lo specchio di Diana”. Chi ha veduto quell’acqua raccolta nel verde seno dei Colli Albani, non potrà dimenticarla mai più. I due caratteristici villaggi italiani che dormono sulle sue rive e il palazzo egualmente italiano i cui giardini a terrazzo digradano rapidamente giù verso il lago, rompono appena l’immobilità e la solitudine della scena. Diana stessa potrebbe ancora indugiarsi sulle deserte sponde o errare per quei boschi selvaggi…».

Io rimasi immobile, come fulminato. Non so se la pioggia cessò oppure continuò a cadere ma certamente non me ne accorsi e poco dopo, ritrovandomi in un autobus per tornare a casa ad osservare il mondo dietro al finestrino (la folla sui marciapiedi, il traffico…), non soltanto i rumori giungevano attutiti e distanti ma tutte le cose e le persone sembravano rimanere su uno sfondo, affievolirsi, quasi svanire. Non m’importava affatto di continuare subito la lettura del testo nell’ autobus tra la gente accalcata, e mi rigiravo così tra le mani i due volumi pensando a Nemi dove stranamente non ero mai stato in vita mia. Pur abitando a Roma da cinquant’anni e avendo girato in lungo e in largo i dintorni della città e l’intero Lazio, soltanto una volta ero stato al lago di Albano e al paese di Castelgandolfo, famoso per essere la residenza estiva del Papa, ma avevo da sempre ignorato l’altro piccolo lago, a pochissima distanza, e i due paesi che stanno sul bordo dell’antico cratere vulcanico, cioè Genzano a sud-ovest e Nemi a nord-est, e nemmeno il dipinto di Turner avevo mai visto, e se lo avevo già visto non lo ricordavo mentre ora, distogliendo lo sguardo dal finestrino, mi chinavo sul libro appoggiato alle ginocchia sprofondando in quel sogno, sentendomi sempre più lontano ed estraneo da ciò che mi circondava. Non mi sarei stupito se l’autobus in cui mi trovavo avesse cominciato a librarsi nell’aria per deviare il suo tragitto prestabilito per sorvolare e finalmente abbandonare l’eterna e per molti aspetti ignobile città per dirigersi a Nemi, ed assai mi sarebbe piaciuto ritrovarmi in compagnia dei giovani danzanti e della divina fanciulla con il ramoscello in mano: insomma le cose reali e quelle immaginarie si confondevano, ed era assurdo, lo ammetto. Infatti non accadde nulla di miracoloso, ma caro il mio lettore io ti domando, ciò non succede in continuazione? Non trascorriamo forse la nostra intera vita come sonnambuli inseguendo fatui desideri e irraggiungibili trofei? Non è spesso difficile o quasi sempre impossibile riuscire a conciliare la legittima aspirazione alla felicità con la frustrazione quotidiana di una cosiddetta realtà che ci pesa addosso e ci stringe da ogni lato come le mura di una prigione?

L’autobus 92 non deviò purtroppo la sua corsa, non si alzò in aria a sorvolare l’Altare della Patria e il Colosseo sorpassando tra le nuvole piazza San Giovanni e l’intero quartiere Appio-Tuscolano fino a piazza Re di Roma, seguendo da lassù la linea diretta dell’Appia Nuova per arrivare alla borgata di Quarto Miglio ed oltrepassare il Grande Raccordo Anulare in direzione Albano, come un aereo o un elicottero o una carrozza trainata da cavalli alati… no, purtroppo no, la vettura dell’Atac (Azienda Tramvie ed Autobus del Comune), rimase prosaicamente e molto banalmente con le gomme a terra e in mezzo al traffico onnipresente proseguendo a passo d’uomo fino a piazza Fiume ed oltre, meno pigramente, su via Po e via Tagliamento, poi svoltando a sinistra verso piazza Vescovio per arrivare, al di là dei Prati Fiscali, sulla collinetta del Nuovo Salario.